Era il 19 Settembre 2008, un venerdì.
Pomeriggio. Mi stavo preparando per una serata molto importante.
Parto dal presupposto che la parola “importante” è altamente soggettiva, a seconda di ciò che vorresti succedesse…non mi piace sminuire i piaceri di ognuno: magari per qualcun’altro, quello stesso giorno, è stato importante perchè, che ne so, ha finalmente trovato l’amore della sua vita o è riuscito a trovare un paio di scarpe che cercava da tempo.
Tutto ciò che ci rende felici è importante allo stesso modo.
Dopo 2 serate di selezione durante l’estate, riesco a raggiungere la finale del “Festival delle Arti” di Bologna.
Per anni è stato un Festival prestigioso. Direzione artistica di Andrea Mingardi, parecchia gente del settore interessata ai nuovi talenti.
Io partecipavo per la categoria “cabaret”: le altre categorie prevedevano teatro, musica, pittura (o scultura non ricordo) e, probabilmente, anche altre che ora non ricordo.
Era il primo anno che mi cimentavo nel vero cabaret: tu da solo sul palco, davanti a te il pubblico in attesa di farsi una risata grazie alle tue battute.
Figo no? Perlomeno molto adrenalinico. Si sale sul palco con molte aspettative e, spesso, con quella tensione che ti porta a chiederti continuamente “e se non dovessero ridere?”.
Basta semplicemente farlo. Non chiedersi nulla, solo farlo.
Dovesse andare male, beh…amen!
Ero ancora novizio di festival, eppure, a Settembre, avevo già preso parte a 4 Festival, raggiungendo in tutti la finale, vincendo il premio della critica in uno, giungendo 2° in un altro: non male come inizio, mi dicevo.
Avevo conquistato la sicurezza. Sapevo che potevo far ridere, nonostante tutte le volte, quei 10 secondi prima di salire sul palco, le certezze vacillavano come un terremoto.
Ciononostante ero consapevole della mia ancora acerba preparazione: ero contento dei piazzamenti, contento anche di non aver ancora vinto nulla.
Se vinci poi non hai più alibi per le volte dopo: vinci una volta e diventi forte. Dopo è brutto scendere dai gradini più alti.
A volte è bello sentirsi deboli: quando arriva l’exploit te lo godi un pò di più e nessuno si aspetta nulla da te. Fantastico! Non si ha nulla da perdere!

Tra fine maggio ed inizio giugno di quell’anno i Coldplay uscivano con uno dei loro capolavori: l’album Viva la Vida or Death and All His Friends.
Immediatemente mi innamorai del quasi omonimo singolo “Viva la vida”.
Per radio passava in altissima rotazione: fino ad Agosto riuscire ad accendere la radio e non sentirla mai durante la giornata era praticamente impossibile.
Ma mi piaceva molto. Mi piace ancora molto.
L’avevo eletta a mio “inno” del momento: quando passava Viva la Vida mi sentivo più carico e felice.
Avevo deciso che quando sentivo “Viva la vida” doveva automaticamente succedere qualcosa di bello.
Avevo anche deciso che dopotutto non è poi così bello doversi proteggere dietro la debolezza per non avere la responsabilità di creare aspettative.

Verso le ore 17 parto da casa dei miei genitori: io abitavo a Viareggio da quasi 5 anni, anche se tornavo spesso a Ferrara.
Mi ero preparato tutte le mie cose: il materiale che mi sarebbe servito per “Il mio mini varietà” (così si intitolava il mio pezzo), il CD, il cavaquinho, la giacca blu e i “pantaloni coi tasconi” perchè mi servivano tasche.
L’Angela, mia mamma, mi saluta dicendomi che sarebbero arrivati per la serata. Lei e Dante, il mio papà. Loro è difficile che manchino all’appello quando sono in zona.
Sarebbe venuto anche Nicola, mio fratello. Bingo. Ci sarebbero stati tutti. Anche qualche amico.
Scendo in cortile e apro il baule del mio vecchio Berlingo azzurro, macchina delle meraviglie!
Metto la valigia dietro, buttata un pò alla meno peggio come sono solito fare.
Salgo in macchina, mi accendo una sigaretta e penso “adesso accendo la radio, sento Viva la vida, vado a Bologna e vinco”.
Era ormai la seconda metà di Settembre…le rotazioni in radio erano cambiate.
Non ricordo che stazione era, probabilmente Deejay.
Ora la storia è scontata…si sa già come va a finire vero?

Ero in via Giovecca, ancora a Mirabello, a non più di 2km da casa.
Avevo acceso la radio da forse 20 secondi.
Viva la vida.
Volume a palla. Fuoco nello stomaco. Sorriso involontario stampato sul muso.

Quella sera ho vinto. Senza fare il presuntuoso ho anche vinto molto meritatamente.
Ero stato davvero forte.
Ero salito sul palco con una sola convinzione: Viva la vida ha detto che vincerò e lo farò.

E’ per questo che lo penso sul serio: Viva la vida! Viva!
Perchè è così magica che è bella sempre, anche quando non ti sembra.
Semplicemente a volte sfuggono le sfumature.

Viva la vida!

viva-la-vida

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