Ce l’ho fatta!

Non riesco a dire altro. Ce l’ho fatta! Lo ripeterei mille volte che “CE L’HO FATTA!”.

Quello che provo in questo momento non è spiegabile a parole: lo posso tradurre solo con un, ripeto, CE L’HO FATTA!

Ero consapevole prima della partenza che la mia non era un’impresa di quelle che restano negli annali: ogni giorno centinaia di pellegrini raggiungono Santiago, ogni giorno centinaia di pellegrini partono da diversi luoghi della Spagna, della Francia o del Portogallo (i più audaci direttamente fuori dalla porta di casa loro ovunque sia) e tutti, con i loro tempi e con la loro visione del Cammino, arrivano alla meta.

Una settimana, 10 giorni, 1 mese, 2 mesi: non conta. A questa latitudine contano solo 2 cose: il sentiero e la motivazione che ti porta a concluderlo. Il “in quanto tempo” è solo un dato che serve alle statistiche (di chi poi non si sa).

È una sensazione bellissima: oggi voglio bene a tutti, anche a Salvini (dai scherzo, così è troppo!). [è una battuta per smorzare i toni, non se la prendano i suoi seguaci: fatevi una risata]

Mi sento come un atleta che riesce a raggiungere il massimo che possa nella sua carriera: una medaglia d’oro alle Olimpiadi, un record mondiale, una convocazione in Nazionale.

Il massimo che possa desiderare un’artista: la standing ovation di un pubblico, il successo di un proprio spettacolo, le risate e gli applausi.

Ce l’ho fatta! E non mi stancherò mai di ripetermelo.

Sono partito un po’ preparato e molto alla bersagliera: che saranno mai 800km in bici?!? Diciamo che non sono propriamente una passeggiata…

Il Cammino non ti regala niente: te lo devi conquistare con la fatica e con la motivazione che ti porta ogni giorno ad affrontare una tappa per avvicinarti sempre di più al traguardo.

Un traguardo che è fermo,qui, da centinaia di anni e che quindi può aspettarti sempre. Santiago non si muove, ma riesce a far muovere. È un magnete fortissimo.

Una volta che pensi di volerla raggiungere non ho idea di come si possa desistere.

È un percorso faticoso, mette alla prova ogni giorno ma, come dice un famoso detto, “ti piega ma non ti spezza”.

Nessuna concessione particolare. Anche perché Santiago altro non è che uno spettatore in tutto questo: la lotta non la si fa con la Piazza della Cattedrale, il km ZERO. La si fa con se stessi.

Giorno dopo giorno, ora dopo ora, km dopo km, pedalata dopo pedalata, salita dopo discesa e discesa dopo salita. A volte è dura perché troppo pianeggiante, a volte è dura perché troppo freddo, a volte è dura perché è troppo in salita, a volte è dura perché è troppo caldo.

Non c’è un regalo che sia uno, se non la magia di quel che succede durante il percorso: ecco, questo è l’unico regalo che il Cammino ti fa.

Ti fa VIVERE la vita. Te la fa vivere da pilota, non da passeggero.

Questa mattina al risveglio c’era aria da ultimo giorno di scuola. Alle 6,30 eravamo già tutti in piedi. Io non riuscivo ad addormentarmi, questa notte mi sarò svegliato almeno 5 volte per vedere che ora era. Lo stesso è successo a quelli che sono diventati i miei compagni di viaggio. Evidentemente percepivamo già le frequenze che arrivavano da Santiago nonostante mancassero ancora quasi 40km.

Tutti insieme facciamo colazione nell’Albergue: una semplice brioche ed una bevanda calda, chi un tè chi un caffè. Ci prepariamo con la stessa modalità da spogliatoio: ridiamo, ci prendiamo in giro, cantiamo, facciamo i tamarri.

Non vediamo l’ora di raggiungere Santiago ma allo stesso tempo vogliamo goderci fino in fondo gli ultimi momenti che condivideremo.

Siamo lunghissimi nella preparazione: fuori il cielo è coperto ma, per la prima mattina dal 28 Maggio, non fa freddo. Oggi vogliamo fare l’ultimo percorso insieme, quindi ci si aspetta.

Quando tutto è pronto, verso le 8:20, parte la carovana.


Oggi è un giorno speciale e, per questo motivo, indosso il mio immancabile papillon rosso.

Lo dicevo prima: Santiago non ti regala nulla, te la devi conquistare.

I km saranno poco meno di 40 ma non sarà assolutamente la passerella finale.


Ce ne accorgiamo praticamente subito grazie ai saliscendi che, già sappiamo, ci accompagneranno per tutta la tappa.

L’uscita da Arzua è come consuetudine accompagnata dalle precise frecce gialle.

Si entra presto in campagna e il sentiero, attraversando campi ed allevamenti di mucche (si,anche oggi centinaia di mucche!), ogni tanto si incrocia con la via principale: i pellegrinaggi sono aumentati in modo esponenziale e in una qualche maniera si sono dovuti organizzare per facilitare l’afflusso della gente. La strada piuttosto recente ha in qualche luogo “tagliato” il sentiero originale ed è quindi ovvio ritrovarsi, talvolta, sull’asfalto.


Dopo solo 8km facciamo la prima pausa: un bar espone sul muretto antistante una lunga fila di bottiglie di birra vuote. Come in decine di punti del Cammino sono nate, chissà come e chissà perché, dei “luoghi di culto”ed anche questo barista ha creato la sua “moda”: bevi una birra (che si chiama “Pellegrino”…fantasia a Go Go!), scrivi un messaggio di buon auspicio sull’etichetta e la lasci sul muretto. A Natale viene poi creato un “albero” fatto solo con le bottiglie lasciate dai pellegrini.


Mossa di mercato? Resta il fatto che crea una certa energia e non fermarsi è impossibile!

È così che alle 9,15 Aldo, Giacomo, Matteo, Antonio e Vincenzo si scolano una birra: io non ce la posso fare…Joyce nemmeno: ma brindiamo, con un tè, ai nostri companeros.

Passiamo come al solito diversi piccoli borghi: si attraversa Pregontono, Calzada, Calle de Ferro, Ramil, Taboada.

Noi del gruppetto che ha un pedalato un po’ troppo veloce, ci fermiamo all’altezza di Salceda per ricompattare nuovamente tutti.

Il clima resta lo stesso: dai che arriviamo a Santiago, ma facciamolo piano così c’è più tempo per divertirci tra noi!

Ogni volta che però riprendiamo a pedalare, il silenzio regna: ognuno di noi pensa e mescola a pari modo gioia e nostalgia.

Se il fondo del sentiero è sempre affrontabile, nonostante alcuni punti un po’ troppo “pietrosi”, le pendenze sono talmente variabili che le gambe soffrono.

Ciononostante raggiungiamo Brea, poi Santa Irene, Arca e Pedrouzo.

A Villachà si sale e si scende così come a Cimadevilla dove, poco prima di Lavacolla, una dura salita viene creduta l’ultima presente sulle altimetrie, anche a causa di un pietrone scolpito lungo la strada che mi fa pensare manchino solo 10km.


Invece c’è ancora una parte dura da affrontare: la salita per il Monte do Gozo è lunga, non particolarmente ripida (se non per brevi strappi), ma, l’ho già detto, lunga!

Le gambe chiedono pietà. Delle chiappe non parliamone…hanno chiesto asilo politico alle spalle.


In cima al monte però, dopo esserci nuovamente ricompattati, dal monumento del pellegrino (se non ho letto male dedicato a Giovanni Paolo II) si avvista a fondo valle Santiago.


Ora è solo discesa. È finita! Un cartello ci indica 4,7km alla Cattedrale.

Scendiamo per una ripida strada asfaltata, aggiriamo una rotonda ed ecco che comprare il cartello d’ingresso alla città!


Siamo arrivati! La magia del Cammino ci fa incontrare nuovamente coi nostri amici rumeni Romulus ed Aurora. Che spettacolo!

Il sole non vuole farsi vedere, ma forse è meglio così: con le nuvole l’atmosfera sembra quasi più intima.

Santiago è una città molto ordinata fin dalla sua periferia: sebbene manchi di piste ciclabili, il marciapiede è sufficientemente largo per ospitare pedoni e biciclette.

Seguiamo i cartelli: arrivare alla Cattedrale è un gioco da ragazzi.

Entriamo nel Centro Storico e scorgiamo la punta di uno dei campanili. L’emozione è davvero forte. Tra di noi sorridiamo, ma siamo molto emozionati.

Scendiamo da uno stretto vicolo ed ecco che iniziamo a costeggiare l’imponente fiancata della Cattedrale: i metri che ci separano dalla piazza ormai sono davvero pochi.


L’arco di ingresso conta 21 gradini in totale: scendiamo dalle biciclette e facciamo gli scalini a mano. Di fronte a noi il Palacio de Rajoy, la sede del comune, e sulla sinistra la Cattedrale.

La piazza è in lastricato e 2 file composte da piastrelle differenti si incrociano ad X creando quindi un centro ideale, dove sono poste 2 lastre che indicano il Km Zero del Cammino: l’arrivo. Esattamente di fronte alla facciata della Cattedrale.


Non capisco più niente: come me altre decine di pellegrini. C’è chi sorride, chi si abbraccia, chi piange, chi fa foto, chi telefona, chi resta seduto in silenzio guardando, anche se lo spettacolo è penalizzato dalle impalcature che coprono totalmente una delle torri e parte della facciata.

È un atmosfera che, anche utilizzando tutte le parole esistenti al mondo, non si può capire se non la si prova.

Appoggio la bici, mi butto in ginocchio e mi lascio andare: la sensazione è la stessa di quando ho visto per la prima volta “Io & Marley” o “Haciko”. Non sto piangendo, ma le lacrime scendono da sole.


Mi sdraio per almeno 10 minuti, respirando a pieni polmoni con gli occhi chiusi ed assorto in una sorta di Nirvana.

Siamo tutti positivamente inebetiti. Ci sorridiamo, ci battiamo un 5, ma lo sguardo è sempre rivolto alla facciata: è una calamita pazzesca!


È il nostro premio!

È bellissimo! Ma issimissimo!


Tuttavia dobbiamo ritirare la nostra ambita Compostela che altro non è che una pergamena che certifica il tuo Cammino.

Ad un centinaio di metri, dietro la Cattedrale, c’è l’Oficina do Peregrinos: c’è una lunga coda ma sono efficientissimi!

In meno di mezz’ora siamo tutti “Compostellati”.

All’Ufficio del Turismo, pochi metri più avanti, cerchiamo qualche informazione su dove dormire e su come organizzare il nostro rientro.

Vanno tutti ad un Albergue ma io questa sera non voglio avere limiti di orario: nell’Albergue bisogna rientrare entro mezzanotte, quindi cerco un ostello che trovo, per culo, piuttosto facilmente e vicino ai ragazzi.

Mi riposo un po’: l’appuntamento con gli altri è alle 19 per assistere, mezz’ora dopo, alla messa del Pellegrino (si, sono andato a Messa!).

Dopo essermi rimesso un po’ in sesto torno in centro per completare la mia missione: prima di partire avevo già deciso che avrei lasciato la mia bici qui a Santiago,come “regalo del pellegrino” (che non è assolutamente un’usanza ma che mi piaceva come idea). Preparo anche una borsa con tutto ciò che non mi serve più perché la voglio inviare in Italia per togliermi un peso.

Torno all’ufficio dei Pellegrini ed in 5 minuti risolvo tutto: la bici se la prendono in carico loro e la mia borsa viene ritirata ed immediatamente impacchettata.


C’è un’efficienza tale che se uno prova a chiedere una frittata con uova di struzzo e cipolle di Tropea, sono convinto che nell’arco di 10 minuti ti dicono dove puoi trovarla.

Avendo ancora una buona mezz’ora a disposizione, mi faccio un breve giretto per il centro e Santiagio si manifesta in tutta la sua bellezza. È un fiume di pellegrini che si muovono tra le stretta vie e le ampie piazze, che entrano nelle decine di negozietti di souvenir o che si mangiano qualcosa nei vari locali.

Ma la calamita è sempre forte, così mi ritrovo nuovamente di fronte alla Cattedrale: resto seduto a guardare. Guardo la facciata e contemporaneamente i pellegrini che continuano ad arrivare. Mi rendo conto che la reazione, quasi per tutti, è la stessa: la gioia è immensa, l’emozione è forte.

Sono felice per loro: so cosa stanno provando. L’ho provato e lo sto provando pure io.

È magia pura.

Mi ritrovo con gli altri: andiamo a messa e visitiamo la Cattedrale. Dentro non è gigante, ma è imponente. Subito di fronte all’altare mozzafiato, appeso con una grossa cima al soffitto della Cupola, c’è la grande incensiera: purtroppo il rito oggi non si fa (non ho capito se è ogni venerdì o ogni domenica) e il “botafumeiros” dovrò vedermelo al prossimo Cammino…

È un rituale antico: un tempo si accendevano incensi per coprire la puzza dei pellegrini che arrivavano e che, evidentemente, non avevano lungo il percorso tutti questi Albergue o Ostelli dove poter curare l’igiene. Ora è rimasto come tradizione.


Sotto all’altare, in una piccola cappella, c’è la tomba con quelli che sono riconosciuti come i resti di S.Giacomo Apostolo.

Usciamo.


Ho una fame che mi mangerei anche un pellegrino: oggi, tra una cosa e l’altra, non ho ancora mangiato niente.

Al “gruppo dei 7” si aggiungono i nostri amici rumeni e 4 ragazzi di Bologna, pure loro in mountain bike, che abbiamo incrociato più volte negli ultimi giorni e coi quali abbiamo ormai stretto amicizia.

A questa “ultima cena” si aggiunge poi una coppia di ciclisti svizzeri, pure loro incontrati più volte negli ultimi giorni.

Siamo in 15 a tavola: mangiamo, beviamo, brindiamo, ricordiamo diversi aneddoti.


Ci scambiamo numeri e ci inviamo foto. È una festa. Fino a 10 giorni fa eravamo dei perfetti sconosciuti, questa sera sembriamo compagni di scuola o di stagione, amici di lunga data. È uno di quei momenti in cui vorresti si fermasse il tempo.

Ma, ahimè, è ora di nanna…

Domani Antonio, Vincenzo e Joyce hanno l’aereo. Io, Matteo, Giacomo e Aldo andiamo in macchina fino a Finisterre, sull’Atlantico, considerato la “seconda” fine del Cammimo: dopo Finisterre, come dice la parola, finisce la Terra.

Ho trovato dei compagni di viaggio stupendi. Abbiamo condiviso intensamente questi pochi giorni, ma valgono anni.

Anche quelli coi quali ho condiviso solo poche ore o un semplice “Buen Camino!” restano indelebilmente scolpiti nella mia mente.

È questo il Cammino.

Nient’altro che una metafora della vita: tutto ciò che vuoi lo devi ottenere con la motivazione e, se necessario, con la fatica. Se condividi il tutto con altre persone, la fatica si sente meno.

Allo stesso tempo ci sono molti momenti da passare solo con se stessi e sono momenti indimenticabili.

Dopo una salita c’è sempre una discesa: sembrerà un’ovvietà, ma è verissimo.

Una delle cartoline più gettonate recita “no hay gloria sin dolor”: non c’è gloria senza dolore.

Non è per forza una frase “religiosa”: anche lo fosse non ci sarebbe nulla di scandaloso! È una regola della vita: le cose non ti cadono dal cielo. Le cose le devi ottenere.

E per ottenerle basta solo la convinzione, anche quando accompagnata dalla fatica. Nient’altro.

Me lo diceva Vincenzo, l’hospitalero napoletano di El Burgo Ranero: il vero Cammino inizia a Santiago.

Chissà…l’unica cosa certa che posso dire oggi è che sono felice e torno a casa con un’esperienza unica, molto probabilmente la più bella che abbia mai fatto in vita mia.

Qui non c’entrano soldi, vestiti, modi di comportarsi, ruoli, posizioni sociali: qui si è se stessi.

E lungo il Cammino, nonostante il business sia sotto agli occhi di tutti giorno dopo giorno, contano solo le persone che si svegliano al mattino, puntano verso Ovest, dispensano sorrisi e saluti a tutti, parlano, condividono ed hanno un solo obiettivo comune: Santiago.

Perché? Ognuno scopre la propria risposta.
Oggi solo una canzone può chiudere questa avventura: “I lived” dei One Republic.

Metto anche il testo tradotto perché è bene capire le parole.

Spero che quando deciderai di fare quel salto Non avrai paura della caduta

Spero che quando le acque si alzeranno Tu costruisca un muro

Spero che quando la folla griderà Stia urlando il tuo nome

Spero che se tutti se ne andranno Tu decida di rimanere

Spero che tu ti innamori E che faccia male da morire

L’unico modo per saperlo E’ di dare tutto ciò che hai

E spero che tu non soffra Ma che ti rimanga il dolore

Spero che quando verrà la tua ora Tu possa dire…

Io, io ho fatto tutto

Io, io ho fatto tutto

Ho fatto mio ogni secondo

che questo mondo può dare

Ho visto così tanti posti

Le cose che ho fatto

Sì, con ogni osso rotto

Posso giurare di aver vissuto
Spero che tu trascorra i tuoi giorni ma che tu li abbia usati bene

E che quando il sole tramonterà Spero tu possa brindare

Spero di poter essere il testimone di tutta la tua gioia e il tuo dolore

Ma fino a quando arriverà il mio momentoMIo potrò dire…

Io, io ho fatto tutto
Io, io ho fatto tutto

Ho fatto mio ogni secondo

che questo mondo può dare

Ho visto così tanti posti

Le cose che ho fatto

Sì, con ogni osso rotto

Posso giurare di aver vissuto

Sì, con ogni osso rotto

Posso giurare di aver vissuto

Sì, con ogni osso rotto

Posso giurare di aver vissuto

Io, io ho fatto tutto

Io, io ho fatto tutto

Ho fatto mio ogni secondo

che questo mondo può dare

Ho visto così tanti posti

Le cose che ho fatto

Sì, con ogni osso rotto

Posso giurare di aver vissuto

Oggi ultimi 39,92km. In totale da Saint Jean Pied de Port ne ho fatti 813,55.

In media ho pedalato 73,95km al giorno. Ho visto paesaggi incredibili, ho faticato, ho sudato, ho mangiato polvere, ho avuto freddo, ho preso pioggia, mi sono sciolto sotto al sole: non c’è una cosa che sia una che non rifarei.
È stato bellissimo!

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