L’India…che bella l’India. Le mie aspettative erano alte, persone con le quali condivido sensazioni su diverse cose me ne avevano parlato bene, ma sinceramente non mi aspettavo un posto col quale sono entrato in simbiosi da subito.

Se vissuta secondo le nostre abitudini, l’impatto è con un luogo totalmente folle.

La regola dopotutto dev’essere solo una e sempre la solita per ogni luogo che si va a visitare: cercare di capire fin da subito che la verità non sta racchiusa tra le 4 mura di casa nostra, ma che ogni posto ed ogni luogo ha una sua storia ed una sua vita.

Ecco, l’India va vissuta con la consapevolezza di essere in un altro mondo. Se si vuol giocare coi numeri, dove la maggioranza vince, ci sarebbe anche da dire che hanno “più ragione” loro: si parla di una fetta di Terra con più di 1 miliardo di abitanti e che occupa uno spazio dove di Italie ce ne stanno almeno 10.

Ma questo è solo un pour parler…

Avrei mille mila cose da dire su questo mio viaggio, nato così, senza nessuna particolare organizzazione: lo scopo principale era quello di andare a vivere di persona l’Holi Festival, il festival dei colori. Festa religiosa dedicata a Krishna e che ha origine da una tradizione secolare, diventata poi, nel corso degli anni, anche una manifestazione folkloristica che attira persone che con Krishna non hanno nulla da condividere. Sull’Holi già avrei da dirne per ore ed ore. Mi limito ad un paravento che utilizzo forse un pò troppo spesso ma che, anche in questa situazione, trovo particolarmente adeguato: è una delle tipiche cose delle quali ne potrei parlare fino allo sfinimento ma non riuscirei mai a far capire fino a fondo tutto quel turbinio di emozioni che scatena. Va vissuto. Punto.

Potrei parlare dello splendore del Taj Mahal, che ti appare nel suo splendore non appena varchi la porta che ti fa entrare in un luogo unico al mondo.

Potrei parlare di Jaipur, una città nel quale il caos infernale ha comunque un suo senso. Delle sue mura e dei palazzi rosa, dei colori che avvolgono la vista ovunque ti giri tra le viuzze del bazar o tra i diversi negozi che si affacciano su tutte le strade. Dello slum che ho avuto occasione di visitare nella periferia della città, dove esseri umani vivono tra baracche tirate su mettendo insieme qualche mattone (per i più fortunati), pezzi di lamiera, bastoni piantati alla meno peggio che reggono teli di nylon, con canali di scolo, o fogne a cielo aperto per dirla come si deve, tra le strade polverose e senza asfalto. Ma con persone che, giuro, sembrano felici perché dopotutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere ce l’hanno: non so come, ma ce l’hanno.

Potrei parlare del fatto “bizzarro” che le mucche girano comodamente per strada, anche nel traffico più assurdo, e non vengono mai maltrattate. Anzi sono le uniche che riescono a godere della precedenza!

Potrei parlare delle scimmie di Vrindavan che sono delle malavitose: se non l’avessi visto coi miei occhi non ci avrei mai creduto. Rubano gli occhiali ai passanti, con una velocità che neanche i borseggiatori da metropolitana, si vanno a polleggiare comodamente sulle tettoie in bella vista, con gli occhiali in mano (o in bocca) e, come fossero un clan della peggio camorra, aspettano un frutto per riconsegnarti gli occhiali…Lo so che tutto questo sembra fantascienza, ma non lo è!

Potrei parlare del modo di fare degli indiani, estremamente espansivi (a volte anche un pò troppo) che hanno la socializzazione nel sangue. Non ti puoi sedere da solo su un muretto o su un prato che, stai sicuro, da un momento all’altro arriva qualcuno a parlare e a chiederti di dove sei, cosa fai, con chi sei, se sei sposato (è stata la domanda che più mi ha ossessionato!).

Potrei parlare dei treni…Oh My God, i treni indiani! Le stazioni sono luoghi affollatissimi, centinaia e centinaia di persone ad ogni ora del giorno, treni stipati di persone, orari “creativi” perché non sai mai se partirai all’orario stabilito e, soprattutto, non arriverai mai all’orario previsto. Si passa dall’inferno delle terze (o anche più basse) classi, fino al lusso delle prime classi con aria condizionata: il tutto su vagoni diversi nello stesso convoglio.

Potrei parlare del cibo, squisito per i miei gusti ma che definirlo piccante, in alcune circostanze, è davvero poco: alcune portate dentro hanno il fuoco!

Potrei parlare dell’alba sul Gange, una delle cose più spettacolari che abbia mai vissuto in vita mia: sarà stata l’atmosfera, sarà che ho avuto un culo incredibile a beccare due giornate limpidissime, sarà stata la novità…ma un’alba (anzi 2) come quella vista sul Gange, a Varanasi, l’ho vista pochissime volte.

Potrei parlare di chissà quali e quante altre cose…ma ce n’è una in particolare che mi ha segnato.

Varanasi, un tempo Benares. La città sacra per eccellenza degli Hindu. Si snoda, per una decina di chilometri, lungo la riva del Gange, il fiume sacro. La mamma.

Varanasi è una delle città più caotiche che abbia mai visto in vita mia: centinaia di TucTuc che si mescolano a motorini carichi di 3/4 persone, che si mescolano a loro volta a centinaia di macchine, che si mescolano a loro volta a pullman o a carretti trainati da cavalli o a spinta da uomini. E non ho MAI visto un incidente. Anzi, dirò di più: le macchine ammaccate si contavano sulle dita di una mano! Le regole per strada sono inesistenti: eppure tra di loro si capiscono perfettamente. E’ una fantastica armonia che ha dell’inspiegabile.

Varanasi città Sacra. Per respirare un pò d’aria e per godersi una vista unica basta spostarsi lungo la riva del Gange. Qui si sviluppano i Ghat che sono templi, edifici o semplici scalinate che portano fino al fiume: ce ne sono un centinaio. Ne finisce uno ed inizia subito quello successivo. Tutti hanno un loro significato ed un loro perché, tuttavia alcuni sono più frequentati e significativi rispetto ad altri.

Il Dasaswamedh Ghat ad esempio è il luogo dove ogni sera, al tramonto, si raduna una moltitudine di gente per il rito sacro dedicato al Gange, con preghiere e canti, rituali con petali e candele lasciati nel fiume, odore di incenso ovunque: una magia che si ripete ogni giorno.

Ma quello che più di ogni cosa mi ha colpito e travolto è stato il Manikarnika Ghat.

In questo Ghat avvengono le cremazioni dei cadaveri.

manikarnika-ghat-1

Morire a Varanasi, per un Hindu, è la cosa migliore che ti possa capitare. Molte persone, quando sanno di essere vicine alla fine, vanno a trascorrere gli ultimi giorni di vita in questa città.

Molte famiglie fanno il possibile per raccattare i soldi necessari per portare i propri defunti qualora la morte sia avvenuta lontana da Varanasi, solo per compiere il rito della cremazione in riva al Gange.

Il rituale, nel suo essere totalmente fuori da ogni logica per la nostra cultura, consiste semplicemente nel preparare cataste di legna, appoggiare il corpo sulla catasta, seguire un “santone” nell’ultimo rito prima di appiccare il fuoco e restare nei pressi del rogo fino a quando il fuoco non si estingue, per poi recuperare le ceneri e disperderle nel fiume sacro.

Il mio primo impatto è stato “accompagnato” da un indiano che, vedendo il turista, mi si è avvicinato per spiegarmi il tutto.

Mentre mi parlava, invitandomi ad avvicinarmi ad uno dei roghi, il mio sguardo è rimasto rapito dalla visione di un piede che spuntava dal fuoco.

Non ci volevo credere…Pochi istanti dopo, dalla stessa catasta, con fiamme alte almeno 3 metri, cade un pezzo di gamba. Con nonchalance l’addetto al fuoco la riprende con 2 pezzi di bambù e la butta nuovamente in mezzo al fuoco.

Ero spaesato. Mi guardavo attorno: decine di persone sedute sui gradini del Ghat, mucche e cani che giravano tranquillamente tra i roghi e le persone, chioschetti dove poter comprare bibite o gustarsi un Chai (il Masala Tea). E corpi di persone che bruciavano lì, a pochi metri.

Nessun pianto, nessuna lacrima, nessuna disperazione. Anzi. C’era della gioia tra quelli che ho scoperto poi essere i parenti dei defunti.

Morire o venire cremati a Varanasi è un onore, è la massima aspirazione.

E nessuno versa una lacrima per un semplice motivo: la morte altro non è che un normalissimo ciclo della vita. Così come la notte segue il giorno, l’estate segue la primavera, le foglie cadono dagli alberi dopo essere spuntate qualche mese prima, così la vita “terrena” ha il suo ciclo: si nasce e si muore. Niente di strano e particolare. C’è sempre un inizio e c’è sempre una fine.

Accettare ciò che è la realtà della vita terrena, con una serenità a dir poco spiazzante.

E’ lì che ho potuto assaporare e toccare con mano quel che, a mio avviso, manca nella nostra cultura. Mi rendo sempre più conto che noi non è che abbiamo paura di morire: abbiamo paura di vivere. È una continua preoccupazione. È un continuo problema. Problemi, sempre problemi. Paura del prossimo, paura del lavoro, paura di fare una scelta sbagliata, paura che ci venga rubato qualcosa di nostro. Paure su paure.

Ma la vita? Perché non viviamo la vita e basta? Perché, ad esempio, invece di maledire un giorno di pioggia non spendiamo le stesse energie per ringraziare un giorno di sole? Perché torna sempre più facile concentrarsi sui fatti tristi piuttosto che su quelli belli e positivi?

Ci costa la stessa identica fatica.

A me questi indiani, così diversi e così simili a noi, hanno dato un grande insegnamento. Ed io gliene sarò grato a vita! W l’India

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