“Fermo! Fermo! Stoooop!!! Please stop!”

Ho iniziato ad urlare come uno squilibrato, per fare fermare la macchina!

La 3^ tappa prevedeva uno spostamento in jeep da Upshi a Chumatang: dopo più di 90km e il Tangang La Pass, a 5328m, avevamo la libera scelta di farci altri 30km in bici per raggiungere il bivacco o sfruttare un camion che avrebbe trasportato le bici con le nostre chiappe comodamente appoggiate su una jeep.
Ovviamente opzione numero 2 accettata. Da tutti.
Col senno di poi, anche se il senno di prima già mi sembrava giusto, credo non si potesse fare scelta migliore: è vero che i km erano una trentina, quindi relativamente pochi, ma quella strada probabilmente mi avrebbe bloccato le gambe per ripartire il giorno successivo.

IMG_0805.jpgMai strafare: ogni tanto riposare.

Da sempre “soffro” della fantastica sindrome da “cullamento su mezzo di trasporto”: se sono rilassato mi addormento su ogni cosa che mi stia trasportando, macchina, treno, o carretto trainato da un asino che sia. È indifferente: mi sento cullato, mi sento rilassato e mi si chiudono gli occhi.

Non ho mai potuto comprendere a fondo quelli che, in lunghi voli transoceanici, soffrono per non riuscire a dormire in aereo…a volte mi addormento prima del decollo, mi sveglio (o mi faccio svegliare) quando arriva il cibo, mi riaddormento e mi risveglio solo quando atterriamo. Ma solo perché a volte gli aerei atterrano con una grazia che “ma chi ti ha dato la patente?!?”.

Quel giorno, nel tragitto verso Chumatang, nonostante la strada dissestata e le testate che continuavo a tirare contro la cappotta della jeep, ho dormicchiato il giusto. A volte mi fa un pò incazzare sta cosa, ma solo per il motivo che non riesco a godermi i paesaggi attorno a me.

Eppure ad un certo punto ho riaperto gli occhi e sono rimasto sveglio. La prima cosa, bellissima, che ho visto, è stato un monastero arroccato su una collinetta, una di quelle costruzioni che ti chiedi il come e il perché si siano sbattuti così tanto per farlo.

A monastero 3^ good

Visto e considerato che la costruzione originale risale almeno a 3-400 anni fa…Perchè adesso è facile coi camion, con le gru, con qualsiasi mezzo di trasporto. È vero che non avevano da cazzeggiare a giornate su Facebook, ma anni fa che culo si facevano?

È la domanda che mi sono sempre posto ogni volta che arrivo a Roma, tutte le volte che mi è capitato di andare in Egitto e quelle 2 volte in cui ho avuto la possibilità di visitare lo Yucatan in Messico. Anche se Adam Kadmon ci ha aperto gli occhi riguardo l’intervento degli alieni (koincidenze?!?!?!?!? Non kredo…), il solo costruire dritto, a bolla, su una collina di quel tipo mi ha fatto molto pensare.

È vero allo stesso tempo che, lungo tutto il percorso di gara, ogni giorno vedevo decine e decine di lavoratori che stavano tutto il giorno a spaccare pietre con mazze e martelli. Pietre che sono poi utilizzate per la costruzione delle strade. Adesso eh, nel 2017. Si, c’erano anche gru e ruspe (ma non Salvini), ma il grosso del lavoro lo fanno ancora uomini e donne che spaccano le pietre fino a ridurle in sassi di dimensioni pressoché uguali. Suppongo sia anche un sistema per creare posti di lavoro, però, effettivamente, ci si fa caso. Soprattutto se lo si paragona all’ambiente in cui viviamo noi ora, composto sempre più da fighette che se hanno i calli sulle mani è solo perché hanno un’intensa attività di autoerotismo.

E il bello è che le strade vengono anche molto bene! Si spaccano anche in fretta, se devo essere sincero, ma questo credo sia sempre parte della strategia “creiamo posti di lavoro”: non è forse vero che anche gli elettrodomestici che utilizziamo ora hanno una durata sempre più “relativa”? Non credo sia per l’utilizzo di materie scadenti…credo piuttosto che non sarebbe conveniente per l’industria creare prodotti indistruttibili e validi nel tempo.

Tuttavia…perché mi sono ritrovato a parlare di tutto ciò, quando ho iniziato il racconto con le mie urla per fermare la jeep?…Torniamo là.

Quando ho iniziato a sbraitare, l’autista ha subito inchiodato e anche i miei compagni di viaggio mi hanno guardato con occhi un pò storti! Senza spiegare nulla, senza aggiungere altro, ho aperto la portiera e mi sono fiondato nel campo che si apriva alla nostra sinistra.

Finalmente avevo davanti ai miei occhi, a pochissimi metri di distanza, uno Yak!
Hai presente quelle tare che ti entrano inspiegabilmente nel cervello e che non riesci a tirarti via?

Ecco, una delle mie tare era quella di voler vedere dal vivo e da vicino uno yak!

Gli Yak (scientificamente Bos Grunniens Linnaeus) sono dei buoi, simili ai tori, ma con un lungo e folto pelo. Ero curioso. Volevo vedere uno yak! Il giorno prima, lungo la tappa, eravamo passati accanto ad un piccolo gregge di yak, ma li avevamo distanti e, soprattutto, non avevo avuto la possibilità di fermarmi per guardarli bene.

Eccolo lì, finalmente!

Visto il mio coraggio da leone ci sono rimasto a debita distanza, il giusto per ammirarlo bene e fargli una bella foto!

Soddisfatto rientro in jeep e dico “finalmente sono riuscito a fare una bella foto ad uno Yak!”.

Giusto il tempo di dirlo, ed ecco che il mio sogno si infrange. Distrutto. Demolito.

L’autista, un ragazzo locale e quindi “esperto” in materia, mi dice: “Is not a yak. It’s a Dzo”

Eh?

Chemminchia hai detto?

“It’s a Dzo!”

A yak dzo
Lui è uno Dzo. Uffa.

Piero Angela aiutami tu! Cos’è lo Dzo??????

Mi spiega che lo Dzo è un incrocio tra il toro e la femmina di yak. Quindi un ibrido. Quindi non uno yak. Quindi è come credere di vedere un cavallo e scoprire poi che è un bardotto.

Cioè, capisci??????? Un bardotto, neanche un mulo! La sottomarca degli asini!

Lo Dzo è la sottomarca degli yak.
È come bere un Cuba Libre fatto con la Ben Cola e il rum dell’Eurospin.

Anche la natura si è accanita contro gli Dzo: sono maschi sterili, quindi non si possono nemmeno riprodurre.

Delusione, tantissima. È scattato il #mainagioia time.

A quel punto, niente…sono tornato in macchina a capo chino, verso il nostro bivacco…

Ho sperato quindi di incontrare almeno uno Yeti.

Ma questa è un’altra storia…decine di avvistamenti nel corso degli anni, addirittura da parte di personaggi “autorevoli”, studi scientifici, ritrovamenti di peli e di impronte.

Yeti deriva dal nepalese yeh-teh che significa “Quella cosa là” ed io di “quelle cosa là” non ne ho incontrate. Forse non sono salito troppo in alto…forse non sono stato troppo attento…ma una cosa di certo l’ho scoperta.

Lo Yeti, l’abominevole uomo delle nevi, visto che non è classificato tra gli essere che si riproducono per partogenesi, deve per forza avere la femmina che, per una questione logica, sarà nientepopodimeno che “‘l’abominevole donna delle nevi”.

Qualora vi dovesse capitare di salire in cima all’Everest o comunque alle sue pendici, c’è la possibilità di riconoscere il maschio dalla femmina con una semplice occhiata: la differenza tra l’abominevole uomo delle nevi e l’abominevole donna delle nevi, non può che essere un abominevole paio di palle.

[per ridere a questa consiglio di autoprovocarsi un po’ di solletichino sotto le ascelle]

Buio. Sipario.

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