love is my religionSabato scorso sono salito in bici sul Vesuvio.
Per la precisione sono arrivato fino a dove si può arrivare, ovvero al piazzale della biglietteria che si trova a 1170m, ad un centinaio di metri quindi dalla vetta.

Sono salito da Portici, per una strada che parte praticamente dal mare e, dopo 15km di costante salita, con una pendenza media (calcolata con un’app) del 7,5%, ti ripaga con una vista sul Golfo di Napoli che non ha prezzo.

Visto il periodo ho potuto inoltre godere di un privilegio che credo capiti molto raramente: arrivato in cima sono stato per oltre 1 ora totalmente da solo.

Non c’era nient’altro che il panorama, qualche uccello, qualche insetto, qualche lucertola, la mia bici ed io.

E quel fantastico rumore che fa il silenzio.

Sono arrivato su non esattamente fresco come una rosa appena colta, la salita in certi punti ha degli “strappi” che ti pugnalano cosce e polpacci, c’era una bellissima ma calda giornata di sole e a salire ho sudato le cosiddette sette camicie.

Tuttavia è l’atteggiamento che ho imparato nel corso di questi ultimi anni che mi ha aiutato a non fermarmi nemmeno un secondo per raggiungere la mia meta.

Ed è proprio per quello che ho scritto poche righe fa: sapevo che mi aspettava un panorama mozzafiato e, soprattutto, che al ritorno mi sarei meritato gli stessi 15km che avevo faticosamente affrontato in salita godendomeli senza praticamente mai pedalare ma solo controllando i freni e restando concentrato su quella che poi sarebbe diventata una ripida, quanto apprezzata, discesa.

È questo che prendo, spesso, come esempio per spiegare la dualità, come teoria degli opposti o, molto più semplicemente, come perfetto equilibrio.

Voler “la botte piena e la moglie ubriaca” è il proverbio che forse più si addice come binario parallelo per spiegare il concetto (in realtà in ferrarese ce n’è uno più bello e folkloristico che dice volere “l’ov fresc e al cul cald” – l’uovo fresco e il culo caldo – ).

Se voglio godere di un panorama dall’alto si presuppone che debba raggiungere una cima.
Per raggiungere una cima, ovviamente con le mie sole forze, devo comunque affrontare un “sacrificio”: se voglio impiegare poco tempo dovrò faticare parecchio, se non voglio faticare troppo mi toccherà impiegare molto più tempo.
Qualsiasi sia la mia scelta, alla fine però verrò ripagato non solo del mio obiettivo (il raggiungimento della cima per vedere il panorama) ma anche del fatto che per tornare giù non dovrò più faticare come prima.

Questo è il perfetto equilibrio.

La mia felicità è data dal fatto di accettare di essere alcuni giorni up ed altri down.

La mia felicità è data dal fatto di accettare che ieri ho ricevuto un’offesa ma che domani riceverò un complimento.

La mia felicità è data dal fatto che conosco persone di grande cuore ed estrema saggezza, così come conosco persone che scelgono di esprimersi in modo malvagio, ingordo e crudele.

Ecco, queste persone non le apprezzo per niente.
Ma a dire il vero nemmeno le salite ripide mi sono particolarmente simpatiche.

Eppure non le odio: né le persone “cattive” né le salite.

Anzi, ringrazio loro di esistere.

Semplicemente servono, sono indispensabili, proprio per sottolineare e darmi la conferma, ogni giorno, che se esiste un polo negativo è ASSOLUTAMENTE CERTO che esista pure un polo positivo.

Sta solo a me dare il giusto peso alla ripidezza di una salita o alla cattiveria delle parole di qualcuno.

Ad una montagna non posso chiedere di essere pianura, così come ad un cuore malvagio non posso chiedere una carezza.

Non li apprezzo ma li accetto così come sono, perché senza di loro non avrei modo di gradire ancor di più tutto il bello che ci dà la vita.

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