Non dirò di certo qualcosa di così incredibile: l’Olanda, per chi ama pedalare, è il paradiso su questa Terra.

Ho appena concluso un bellissimo giro di quel Paese di cui conoscevo solo Amsterdam e l’aspettativa che avevo non è stata per nulla disattesa.

L’idea di fare il tour in bici è nata davanti ad una birra con Pasquale, il quale, poco tempo dopo, ne ha parlato anche a Tonia che ha deciso di aggregarsi per formare quello che è diventato un fantastico terzetto.

Io, Tonia e Pasquale su una ciclovia olandese

Pasquale e Tonia li ho conosciuti da poco meno di un anno grazie a Napoli Pedala e a Bicycle House, diventato nel corso dei mesi un vero e proprio punto di ritrovo e, sarà che se parli la lingua dei pedali è automatico capirsi, si è creato subito un ottimo rapporto (parola, guarda caso, che si addice perfettamente anche alle bici).

Napoli Pedala è un’associazione nata in una città dove girare in bici è più una missione e una sfida con la sorte piuttosto che un piacevole modo di utilizzare un mezzo di trasporto diverso da macchine e motorini.

Chi l’ha creata e chi la porta avanti ha quella capacità di unire chi nella bici ci vede tante cose e, soprattutto, lotta col coltello tra i denti, sfidando le amministrazioni che si susseguono, per cercare di facilitare la vita agli amanti dei pedali. 

Battaglia molto complicata, ovviamente.

Di certo Napoli non è aiutata dalle caratteristiche morfologiche del territorio e la bici non è forse il primo mezzo di trasporto che possa venire in mente a chi ci abita, ma questo è un altro tipo di problema.

La principale differenza che ho notato tra l’Olanda e l’Italia (si perchè il problema qui non è solo di Napoli ma di tutte le città, anche della mia Ferrara “città delle biciclette” in cui ci sono km e km di ciclabili e dove impari prima a pedalare che a camminare) è l’approccio che si ha nei confronti della bici.

Da Maastricht, passando per Eindhoven, Rotterdam, L’Aja, Alkmaar, Amsterdam e altre decine di città e paesini, abbiamo pedalato quasi 800km.

In tutto questo lungo tragitto non c’è stata una volte che fosse una in cui abbiamo avvertito pericolo o in cui si dovessero tenere aperti più occhi e orecchie di quelle che abbiamo per evitare di finire sotto ad una macchina.

A parte quelle che sono il corrispettivo di autostrade per le auto, ovvero ciclovie che manco incrociano le strade se non nei punti in cui magari ci si avvicina alle città e in cui circolano solo le bici, i tratti di strada da condividere con tutti gli altri mezzi di trasporto hanno sempre uno spazio dedicato esclusivamente alle bici.

E anche qui il problema sarebbe facilmente risolvibile anche in Italia se solo ci si impegnasse, manco tanto, a creare qualche ciclabile in più o a tracciare semplicemente delle righe sull’asfalto dedicando 100 miseri centimetri anche a chi ha voglia di pedalare.

La questione è proprio di mentalità.

Il concetto olandese di base è molto semplice: laddove non è stato possibile creare una via apposita, le strade sono di tutti.

Sono di chi va in auto così come di chi va in bici, sono di chi va in moto così come di chi guida camion o mezzi pubblici.

Con il senso di responsabilità: tu che sei in bici sai che devi stare nello spazio riservato a te, tu che vai in auto sai che, avvicinandoti ad una bici, rallenti e ti distanzi al punto giusto per non mettere in pericolo il ciclista. Niente clacson. Niente gente che sbraita.

Chi va in bici capita di vederlo accanto a qualche altro ciclista solo se la strada lo consente, altrimenti in fila indiana.
Quando si arriva ad un semaforo rosso ci si ferma, sempre in fila indiana, e si passa solo col verde (sembra scontato eh? Ma non lo è.)

In Olanda, in prossimità di attraversamenti o di rotonde, la segnaletica orizzontale è molto chiara.

Ci sono i triangolini che indicano chi ha la precedenza: se la precedenza su quella strada è delle auto, tu in bici aspetti anche perchè nessuna auto si fermerà. Viceversa non vedrai nessuna auto passare prima che siano passate tutte le bici.

Ora, senza dover sfociare nel solito populismo del “eh ma noi italiani” blablabla, perchè, alla fin fine, siamo molto più civili di quanto si voglia credere, è così difficile pensare che ognuno possa godere come meglio crede del mezzo di trasporto che considera più consono per sé o più consono per il momento scelto?

Che poi, giusto per non confondere le acque, anche io uso un furgone e quindi non è una crociata nei confronti dei mezzi a motore. Anzi, fortuna che esistono!

Il discorso è molto più semplice: la strada è di tutti. Punto.

Quando dico che la strada è di tutti

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