Sono a casa da 2 giorni e ancora sto cercando di rimettere insieme tutti i pezzi di questa avventura che mi ha completamente travolto.

Seduto sul divano guardo una valigia aperta con alcune cose ancora da mettere al suo posto e attorno a me ogni cosa che, a modo suo, mi ricorda piccoli particolari di questi 6 mesi.
Abito in questa nuova casa da metà Gennaio, proprio pochi giorni dopo aver iniziato la preparazione, ed inevitabilmente ogni oggetto che vedo è un tassello di questo puzzle.
Sarà anche l’entusiasmo del momento, ma in questi giorni mi viene da pensare solo una cosa: ad oggi, questa credo sia stata la cosa più entusiasmante che abbia mai fatto in vita mia.
Sono tanti i motivi che mi spingono a pensare ciò. Primo tra tutti è quello che sente la mia pancia: ho le farfalle nello stomaco, quella stessa sensazione che si prova quando ti piace una ragazza, anche se la conosci poco, ma sai che è la persona giusta sebbene non ti consideri.
Non so cosa mi porterà quel che ho fatto: per ora so solo che mi ha infuso una dose di pace e di serenità come poche altre cose mi hanno fatto provare nella mia vita.
È stata una lunga e dura cavalcata, con situazioni che cambiavano e che più di una volta mi hanno messo in difficoltà, mettendomi nelle condizioni di chiedermi se era giusta la strada che avevo intrapreso e se magari era il caso di finirla lì.

L’istinto. Ho seguito solo l’istinto.

Non credo di averlo fatto altre volte nella mia vita. A sto giro ho voluto affidarmi ciecamente all’istinto, continuando semplicemente a percorrere la stessa strada, nonostante gli ostacoli, e trasformando gli eventuali problemi in soluzioni. Continuando semplicemente a pensare ad “andrà tutto bene” piuttosto che ad inutili pensieri negativi .

Sono stato nel flusso delle cose che devono succedere: tutte le persone che hanno interagito, anche solo per poco o addirittura a loro insaputa, a questo progetto, sono state un insegnamento e non ho mai cercato di fare a pugni col destino. Le cose che sono arrivate si sono rivelate evidentemente giuste, le cose che non sono arrivate, sebbene sul momento, talvolta, mi hanno lasciato l’amaro in bocca, evidentemente non dovevano arrivare.

Si è tutto mescolato alla perfezione, in armonia, permettendomi di portare a casa il risultato che desideravo, senza velleità o ambizioni esagerate e senza chissà quale aspettativa.

Rimettere insieme tutti i ricordi e tutta la storia mi richiederà del tempo: in questi 2 giorni ho avuto occasione di raccontare l’esperienza, in velocità, a poche persone, ma ogni volta c’è stata una sfumatura diversa, ogni volta mi veniva in mente un particolare in più, ogni volta un situazione capitata sull’Himalaya mi ha riportato a qualcosa che si collegava agli ultimi 6 mesi.

Per questo, fortunatamente, ho anche ore ed ore di riprese che sfoceranno in un medio/lungometraggio che conto di terminare entro la fine del prossimo autunno.

Tuttavia, se quel che è stato da Gennaio fino alla mia partenza è più o meno documentato con precisione cronologica nei miei articoli precedenti (qui), quel che è stato il culmine, ovvero le 2 settimane nel Ladakh, provo a riassumerle in poche righe.
È un’impresa riuscire a stare in poche righe, ma ci proverò.

Comincio col dire che mi sarebbe piaciuto averti accanto, solo per incrociare i tuoi occhi coi miei per ogni cosa che capitava.

APT

Il lungo viaggio dell’andata, durato tra voli, aeroporti e scali, quasi 24h, con la bici imballata e la speranza che fosse trattata bene.

L’inconveniente successo durante lo scalo a Delhi, quando, per assecondare quello stupido viziaccio del fumo, sono uscito dall’aeroporto per accendermi una sigaretta e la polizia non voleva farmi più rientrare nonostante il carrello dei miei bagagli fosse con Beppe a 2 metri da me, subito dall’altra parte della porta: solo dopo 1h30 di peripezie siamo riusciti a ricongiungerci, dopo aver fatto il giro di mezzo aeroporto, aver preso ascensori e scale e dopo aver supplicato anche Dio, Allah, Buddha, Visnù, Bob Marley e Valentina di Sarabanda. Fortuna che avevamo “solo” quelle 6h di attesa prima del volo successivo.

A Leh alto
Quella là è Leh

L’arrivo a Leh atterrando ai piedi della catena himalayana dopo aver sorvolato dall’alto anche la catena del Karakorum: ritrovarsi di colpo a 3500m di quota fa un certo effetto, i movimenti diventano immediatamente più lenti, ma arrivare col sole, accecante, e vedere un cielo azzurro, ma così azzurro che sembrava pitturato di fresco coi pastelli, è stato impagabile.

A apt Leh

I primi approcci con i personaggi locali che sarebbero poi diventati dei fantastici compagni di questa avventura.

Il Ladakh è una regione del Kashmir, quindi politicamente appartenente all’India. Eppure questa è una zona che con l’immaginario comune che si ha sull’India ha poco da condividere. I Ladakhi appartengono alla vasta zona del Tibet e lo dimostrano non solo tramite caratteristiche fisiche (occhi lievemente a mandorla, pelle color cappuccino, statura mediamente bassa) ma anche tramite i modi di fare e di vivere. I confini degli Stati sono un’invenzione dell’uomo per l’esigenza di creare delle mappe e dar modo a bulimici di potere di dire “questa terra è mia!”. Per fortuna l’anima non è in vendita e la natura vince su tutto. Potranno continuare per sempre le scaramucce tra i governi e gli eserciti, ma il Tibet esisterà per sempre, nelle sue tradizioni, nella sua natura e negli occhi e nel cuore di chi ci abita.

La fortuna di incappare nella visita del Dalai Lama, presente nelle zone per 2 settimane, e atterrato a Leh io giorno dopo il mio arrivo. Siamo andati a rendergli omaggio sulla strada verso la sua residenza, tra Leh e Upshi, noi così come tutta la popolazione: migliaia di persone sparse ordinatamente lungo la strada ad attendere silenziosi, ma allo stesso tempo festanti, il passaggio della macchina, giusto per vederlo per un breve istante e respirare quell’inspiegabile energia che riesce ad emanare anche solo con un veloce saluto.

A dalai lama
La mano che si vede dal vetro è del Dalai Lama

La visita ai monasteri sospesi tra il cielo e la terra nelle vallate in cui si uniscono il fiume Indo e lo Zanskar: nonostante la fastidiosa pioggia che ha voluto mettere un pò di pepe al tutto per quasi 3 giorni di fila, una giornata decisamente esaltante nel poter vedere antiche costruzioni attualmente ancora abitate da monaci tibetani.

A indo zanskar
Il punto in cui l’Indo si incrocia con lo Zanskar

I primi giri in bici nelle zone, per acclimatarmi, in compagnia di Aman, il ciclista indiano che già avevo conosciuto lo scorso Marzo a Delhi durante il mio primo viaggio in India: vedere posti nuovi ed avere la possibilità di farlo in sella ad una bici è una delle cose che, ho scoperto, mi piacciono di più in assoluto.

L’arrivo di tutto il resto della ciurma e le prime uscite di gruppo, con Thomas, con Gigi, con Sandeep, con Marina, con Dorjey, con Vincenzo, con tutti gli altri ragazzi dei quali, colpevolmente, non ricordo bene il nome.

Il briefing pre gara e la consegna dei numeri in hotel, quando il gruppo degli “arditi” si è composto definitivamente: 15 partecipanti, 3 italiani, 1 francese, 2 indiani, tutti gli altri ragazzi locali tra Ladakhi e Tibetani.

La 1^ tappa di avvicinamento all’accampamento di Upshi per arrivare in quello che sarebbe stato il nostro habitat naturale per i 6 giorni di gara: una ventina di tende per dormire, una tendina nel ruolo di toilette con un buco scavato nella terra, una tenda più grande per le cene tutti insieme, una fonte d’acqua sempre presente nei pressi, fosse un ruscello o un fiume, per le esigenze igieniche ed un tetto di stelle, talmente tante stelle che non sapevo ne esistessero così tante sopra le nostre teste.

A campeggio Upshi

La partenza della gara: non ho mai avuto (e credo mai avrò) uno spiccato senso della competizione, ma quando ti ritrovi la bicicletta con un numero davanti ed altre persone accanto che partono con lo scopo di tagliare un traguardo, beh…un pò la voglia di arrivare davanti viene da sé, nonostante la gara per me avesse solo uno scopo: arrivare alla fine vivo.

A start

Le tappe, tutte le tappe, per le quali starei giorni e giorni a raccontare tutto, ogni secondo, ogni centimetro.

Sui paesaggi visti ribadisco il concetto iniziale: mi sarebbe piaciuto averti accanto, solo perché anche tu avessi potuto vedere ciò che ho visto io.

Montagne di ogni colore, vallate che sembrano immense distese di tiramisù, cime innevate, fiumi  e ruscelli che sgorgano ovunque, rocce che passano dal marrone, al giallo ocra, al viola, al blu e non riesci a capacitarti del come e del perché.

Greggi di Yak che brucano erba lungo i pendii, aquile che sorvolano la testa, marmotte (ma quanto sono grandi le marmotte?!? Pensavo a qualcosa di poco più grosso di un topo invece sono delle pantegane giganti!).

Nella zona del Lago Tsokar il sentiero in cui vivono alcune delle popolazioni nomadi con le loro tende, i loro yak, le loro capre, il loro timido tentativo di attirare i turisti che passano con cartelli scritti in modo improbabile per offrirti il tè o venderti qualche ninnolo prodotto dalle loro stesse mani.

La clamorosa tenda di una famiglia nomade che, appena fuori, aveva un’antenna parabolica: la modernità che si mescola con tradizioni secolari.

La consegna degli abiti invernali, durante la 2^ tappa, per i bambini della Nomadic Residential School Puga, grazie all’iniziativa della Casa del Tibet di Votigno di Canossa (di questo luogo ne avevo già parlato qui), qualcosa di veramente esaltante per cui spendere 2 parole in più.

Puga.jpg

Il governo indiano, tramite l’iniziativa di coraggiosi ed intraprendenti personaggi locali, ha iniziato a finanziare un progetto al fine di scolarizzare anche le zone più difficili da raggiungere: i villaggi dispersi tra le vallate e le tribù nomadi devono avere le stesse opportunità di tutti. Questa scuola conta ad oggi 82 bambini tra i 5 e 15 anni e funziona a mò di collegio, con 16 professori che, con un metodo a mio avviso vincente, insegnano ai bambini non solo materie scolastiche ma anche situazioni di vita sociale. Lo scopo non è solo quello di insegnare l’ABC a questi bambini: l’intenzione è quella di far capire a loro, e di conseguenza alle famiglie, che esiste un’alternativa, che la pastorizia e il nomadismo non sono una calamità, che l’essere chiamati Champa dev’essere motivo di orgoglio e non di vergogna (un pò come succede quando si utilizza il termine “contadino” in senso spregiativo, giusto per intenderci) e che, una volta inseriti nel tessuto sociale, si può scegliere. Scegliere inteso nel senso di proseguire gli studi per ambire a fare qualcosa di diverso dalla pastorizia o ritornare alle proprie origini consapevoli di essere portatori di una tradizione millenaria che preferisce la libertà dei campi alle “comodità” della civiltà moderna.

A Dormitorio puga

Resterà per me indelebile poi l’opportunità che mi è stata data di esibirmi con un mini show di una ventina di minuti davanti ai bambini: i loro sorrisi, i loro applausi, i loro occhi ripieni di ammirazione, sono stati il cachet più prezioso che abbia mai ricevuto.

Alla fine mi sarebbe piaciuto averti accanto solo per passare l’ultima giornata a Leh. Nel pomeriggio di riprese sullo Shanti Stupa, il fantastico monastero alle spalle dell’Hotel dal quale si vedeva tutto il panorama della vallata in cui si sviluppano Leh e i posti limitrofi.

A leh alto chitarra

E a seguire la passeggiata in centro quando io e Beppe abbiamo beccato quella che sembrava una grossa manifestazione. Avvicinandoci ci siamo invece resi conto che si trattava di 2 cose distinte: la prima che incrociamo è a favore del Tibet, con una raccolta firme da consegnare al Dalai Lama e la proiezione e visione di immagini della becera repressione cinese, ovviamente poco considerata da tutto il mondo vista l’inutilità economica del luogo.
Subito a seguire un capannello(ne) di almeno 1000-1500 persone messe a cerchio, arrampicate su pali e scalinate, intente ad ascoltare gente che cantava o che blaterava qualcosa al microfono.
Proprio lì incontriamo Tani, colui che ha scorrazzato Beppe per tutti i giorni di gara con la sua moto, che mi invita a cantare in pubblico.
Subito ho declinato gentilmente l’invito in quanto non mi sembrava proprio il caso…Si trattava di una raccolta fondi per finanziare un festival artistico che si tiene ogni anno a Leh.
Poi, dopo qualche insistenza, ho ceduto…e insomma…come fare a dirlo?…Penso di aver toccato l’apice artistico della mia carriera. Non so se mi sono divertito così tanto altre volte…Mi hanno prestato una chitarra scordatissima, mi han messo davanti il microfono e non ho potuto resistere: ho fatto “E mi e ti e Tony” in dialetto veronese e nella versione inglese davanti a questo pubblico che teneva il tempo con le mani e sorrideva nonostante non capisse assolutamente nulla di quel che stava succedendo. Mi viene ancora da ridere a pensare a quel momento…E mi e ti e Tony…a Leh…”daghelo molo daghelo duro faghe tremare le ciape del culo”

Per tornare alle tappe, come detto in precedenza, avrei da raccontarne per giorni: mi rifarò e mi limito, al momento, alla cronaca più basilare.

La 1^ tappa, Upshi – Chumatang, forse la più “lieve” tra tutte, mi ha tenuto in sella per 96km in 4h41’, con un 3° posto in classifica e volata finale con quel talento locale di Dorjey e abbraccio con fiatone e cuore che esplodeva subito dopo il traguardo. Il bagno nel ruscello a fine tappa la chicca del giorno, così come la chitarrata sotto un cielo così stellato che mammamia!

A polokolongo

La 2^ tappa, Chumatang – Tsokar Lake, ha avuto la prima scalata vicina ai 5000 con il raggiungimento del PolokongkaLa a 4950m (il suffisso La presente in tutti i passi, significa appunto “Passo” in lingua Ladakhi): prima una bella salitona, poi una lunga discesona e finale in una pianura sabbiosa e resa difficile da un forte vento contrario, il tutto in 4h10’ per 76km. È stata la notte con l’accampamento più alto, a 4600m. È stata la notte in cui nel sacco a pelo, nonostante la tuta termica, le calze e il berretto di lana, un pò si è tremato. È stata la notte in cui, lungi da me parlare di mal di montagna, ma lo stomaco ribaltato ed un certo senso di nausea sono stati fedeli compagni per qualche ora.

A taskor lake

La 3^ tappa prevedeva il ritorno ad Upshi, dopo aver però conquistato il primo 5000: è stato il turno del TangangLa che, coi suoi 5359m, può vantare il 2° posto tra i passi carrabili più alti al mondo. Quel giorno ho capito bene la difficoltà che si prova nel pedalare a certe quote: l’arrivo in cima è stato una liberazione, probabilmente anche perché ero consapevole che poi mi avrebbe aspettato prettamente della discesa…Inoltre tornare a 3500m di quota mi ha fatto passare la nausea. Il fatto di aver affrontato 93km in 4h09’ è  un dato puramente statistico.

A tanglanga

La 4^ tappa è diventata poi la penultima. Per questioni di sicurezza la 5^ tappa è stata annullata e variata con l’inizio della 4^ ed una deviazione di percorso. Tutto questo perché l’ultimo inverno è stato piuttosto nevoso, così come la primavera. D’estate inoltre le temperature si alzano e tutta quella neve, come ogni anno, si scioglie per formare fiumi provvisori che durano non più di 4-5 mesi: beh quest’anno non potranno lamentarsi della mancanza d’acqua…La tappa sarebbe diventata pericolosa in alcuni tratti nei quali si sarebbero dovuti guadare dei fiumi troppo carichi, pertanto si è deciso di tagliarla con buona pace per tutti.

Così, all’arrivo ad Upshi, ci siamo trasferiti a Chemrey con il primo accampamento con bagno in mattone, quello che là è considerato quasi un lusso. Tipo questo…

A cesso

Dicevo: la 4^ tappa è stata sicuramente la più divertente nonostante la difficoltà. Se l’inizio è come al solito stato contraddistinto da una salita pesante (quasi 2000m di dislivello in 30km) per raggiungere il WariLa a 5250m, con gli ultimi km di salita in una strada totalmente sconnessa e distrutta dove cercare passaggi “comodi” per evitare pietre e ruscelli formatisi per lo scioglimento delle nevi, i successivi 60km (anzi, 63 per l’esattezza), sono stati un mix di tutto ciò che una MTB possa desiderare: i primi 15km di discesa sono stati la cosa più simile al downhill che abbia mai fatto in vita mia, tra pietre, buche e curve in rapida e ripida successione. Poi tanti km, sempre in discesa, su una strada asfaltata (non sempre a dire il vero) che tagliava in 2 una vallata piena di yak, poi pareti rocciose che cambiavano colore ogni pochi km, poi un fiume in piena alla mia sinistra, poi qualche villaggio composto da poche decine di case, poi decine di lavoratori lungo la strada che spaccavano pietre a colpi di mazza. La discesa terminava con un lunghissimo rettilineo in pianura, in una vallata deserta, dove per almeno 10km non ho incontrato anima viva e dove, più di una volta, mi sono chiesto se per caso avessi sbagliato strada. Il vento contrario era già sufficiente dopo oltre 5h di pedalata, ma, per dare del brio alla tappa, gli ultimi 15km tra salitone e discesine (si perché non si sono compensate in maniera equa) sono stati quell’ingrediente che, va bene il divertimento, ma ditemi dove cacchio è l’accampamento di Khalsar!!!!!

A WarilaDopo 6h06’ e 93km non riesco a quantificare la quantità di cibo che mi sono sfondato a pranzo: penso di aver mangiato, per la prima volta in vita mia, almeno mezzo chilo di pasta, oltre a tutto il resto presente sul tavolo, stoviglie e mano di un cuoco comprese.

Infine l’ultima grande tappa, l’impresa finale: scalare il KardungLa per raggiungere i 5602m di quota, il passo carrabile più alto al mondo.

Una tappa di 53km, di cui 50 in salita e 3 distribuiti qua e là con brevi discese solo nel primo tratto. La tappa che mi ha messo veramente a durissima prova. La tappa che ad un certo punto pensavo di non riuscire a finire. La tappa che mi ha messo di fronte al fatto che, come già miei amici ciclisti mi dissero al tempo, “se ti viene fame mentre pedali è finita”: tutto vero. Se viene fame puoi buttare in corpo qualsiasi cosa ma il corpo non assimila abbastanza in fretta. E’ un pò come pretendere che una macchina funzioni senza benzina. Ho mangiato talmente tante barrette in quei giorni che giuro solennemente di non mangiarne più se non solo per estrema necessità e in mancanza di altro: anche bacche, muschi, licheni e insetti possono andarmi bene. Se i primi 30/35 km sono perlomeno su una comoda, seppur trafficata, strada asfaltata, ad un certo punto inizia la terra. Che, man mano che si sale, diventa sempre peggio: pietre che spuntano, dissestamenti, rocce, frane, ruscelli. Il fatto che una ruspa ed una gru stessero mettendo a posto, in real time, un pezzo di strada appena franato, credo renda l’idea della situazione. L’inferno. Con mezzi fermi a bordo strada e il grande punto interrogativo nella mia mente: ma come cazzo faranno mai a passare di qui?!? Moto, decine di moto. Ma anche gente che mi incitava, che mi spronava. Piccole dosi di zucchero nelle mie gambe che, a forza di salire, diventavano sempre più deboli. I pensieri sempre più annebbiati e la cima che si avvicinava, certo che si avvicinava, ma sembrava sempre più lontana. Mi sono detto migliaia di volte “DAI”, me lo ripetevo quasi come fossi un matto. Sono sceso dai pedali almeno un paio di volte per riprendere fiato e per riposare le gambe. La cima era sempre là. Cercavo di convincermi che mancassero solo pochi metri ma il maledetto gps mi riportava alla realtà. “Dai, mancano solo 6km!”. Cosa vuoi che siano 6km…Quel giorno sono significati 1h15 di pedalata ad una velocità che un vecchio in Graziella mi dà il sego. Faticavo a respirare, avevo fame, mi facevano male le gambe, la strada era sempre più malmessa.

Ma fanculo! Ero lì per arrivarci lassù, ero lì per tagliarlo quel traguardo, ero lì perché erano 6 mesi che mi immaginavo quel momento.

A kardungla 1

E ci sono arrivato. Cazzo se ci sono arrivato! Poi, virilmente, sono crollato in un pianto liberatorio di almeno 10 minuti, ma ero lassù, nel posto più alto che abbia mai raggiunto in vita mia, con le mie sole forze e con la sola determinazione.

A Kardungla SALTOP

“Perchè?” “Ma chi te l’ha fatto fare?”

Proprio in quei giorni avevo ritrovato sul telefono un vecchio screenshot fatto su internet: diceva esattamente così.

“Proprio nello sforzo enorme e coraggioso di vincere la fatica riusciamo a provare, almeno per un instante, la sensazione autentica di vivere. Raggiungiamo la consapevolezza che la qualità del vivere non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi, ma è insita nell’azione stessa, vi scorre dentro”

Sono andato alla ricerca su Google: fa parte del libro “L’arte di correre” di Murakami Haruki, uno scrittore giapponese che ha fatto della corsa una vera e propria forma di training autogeno.

Ecco, forse la stessa cosa la sta facendo per me la bicicletta: mi sta cambiando, mi sta facendo vedere le cose in un modo diverso, mi sta facendo sentire più vivo, mi sta portando a sentire meglio le cose, a comprenderle, a non cercare valori in cose non dico inutili ma perlomeno “non utili”, mi sta portando a godere di cose alle quali prima non prestavo attenzione e allo stesso tempo a non farmi più godere così tanto di altre situazioni che prima ritenevo basilari. È una grande e bella evoluzione. È quello che considero un gran bel passo, nella doppia accezione del termine: possa essere un passo inteso come un movimento verso una direzione, così come un Passo di oltre 5000m, di quelli che ho scalato e che ogni volta mi hanno riportato alla consapevolezza che dopo una salita, anche la più dura, c’è sempre una discesa e quindi ogni momento di difficoltà, se affrontato in pace, porterà sempre sempre sempre ad un momento di distensione.

È stata una grande, grandissima avventura. È durata quasi 7 mesi ed è solo metà dell’opera, perché tutto quello che mi ha lasciato dentro non resterà solo qui.
Lungi da me la volontà di rivestire i panni del Guru di stocazzo, ma mi piacerebbe semplicemente far comprendere che se ce l’ho fatta io, che non sono Superman e nemmeno Dio, ce la può fare chiunque. Io ho scelto questo giochino di fare l’atleta per 6 mesi e di affrontare una gara in bici, una delle più esclusive del Mondo: mi sono messo in gioco, ci ho provato e ci sono riuscito, portando addirittura a casa un risultato insperato, ovvero la 4^ posizione nella classifica generale.

A Kardungla spal
A differenza della Spal che è arrivata 1^ contro ogni pronostico. Ma il mio scopo era arrivare in alto quanto lei…

So che sembrerà assurdo, ma prima di partire mi era tornato in mente il cartone animato che più mi piace nella storia dei cartoni: Kung Fu Panda. Penso sia il cartone più denso di significati tra tutti quelli esistenti.

Il NON caso ha voluto che in aereo fosse tra le scelte dei film da vedere. E me lo sono ovviamente riguardato.

Fa e dice tutto il padre del panda Po verso la fine, quando spiega al figlio il segreto della ricetta degli spaghetti con l’ingrediente segreto.

“L’ingrediente segreto della mia zuppa dall’ingrediente segreto…è….NIENTE! Non esiste un ingrediente segreto! Per rendere una cosa speciale, devi solo credere che sia speciale!.

In qualsiasi cosa. Crederci.

È veramente l’unico ingrediente segreto.

È stato qualcosa di straordinario, tutto.

Grazie a tutti quelli che mi hanno sostenuto e grazie a tutti quelli che mi hanno scritto e che continuano a scrivermi. Mi impegnerò a rispondere a tutti, un pò alla volta, per ricambiare con gratitudine tutto l’affetto e la carica che ho ricevuto. Avete contribuito a rendere il tutto ancora più esaltante.

Spero che tu possa sentirti partecipe di tutto ciò che ho fatto perché è stato a tutti gli effetti un enorme lavoro di gruppo: io ci ho messo una buona fetta di fatica, ma anche il già piccolo e semplice incitamento, fatto anche di sfuggita, magari solo per un attimo e magari anche solo per sbaglio, è stato per me fonte di energia che mi ha dato la forza.

È solo per questo motivo che mi sarebbe piaciuto averti accanto anche lassù: solo per darti la stessa opportunità che ho avuto io di vivere un’esperienza unica che comunque spero di averti fatto vivere insieme a me.

Grazie!

DAI

A leh dall alto

5 pensieri riguardo “L’epilogo

  1. Caro Paolo,
    Ti ho sempre stimato molto come comico, ancora di più come persona.
    Lo hai dimostrato con questa bell’impresa che hai vissuto e portato a termine non solo come atleta, ma anche a livello umano , lasciandoti incantare dalle bellezze che la natura ci può offrire , ed integrandoti perfettamente con la popolazione locale , offrendo loro ciò che di meglio hai da regalare alla gente: un sorriso.
    Cosa c’è di meglio?
    ” A day without a smile is a day lost “, un giorno senza un sorriso è un giorno perso, ci ha insegnato Charlie Cheplin.
    Credo che sia verissimo: il sorriso è la soluzione di tutti i mali, fa partire meglio la giornata, mette il buonumore a te e a chi ti sta intorno, allunga la vita…
    Ed è proprio questo sorriso che ti ha fatto conquistare quella vetta: quarto posto, mica scherzi!
    Congratulazioni caro Paolo, per l’ottima impresa e per la bella persona che sei.
    Arrivederci al Paolo Mazza, arrivederci in serie A, arrivederci in casa Spal, nel mio piccoli, lavoro la!
    Grande bel: tante belle cose per il tuo futuro!

    "Mi piace"

  2. Carissimo Paolo, con piacere, anzi quasi avidamente (….il mezzo kg di pasta…) ti ho letto stasera.
    La tua esperienza mi ha fatto ricordare perché sono entrato 15 anni fa in Croce Rossa…. non per aiutare gli altri bensì per aiutare me!
    Chiudo gli occhi e provo ad immaginare i paesaggi straordinari che hai visto, le persone che hai conosciuto e gli occhi sorridenti di quei bambini. Attendo con “bramosia” il tuo lungometraggio, con la speranza di poterti nuovamente incontrare magari davanti ad un calice di buon vino.
    Grazie a te allora Paolo per avermi fatto assaporare anche se brevemente un po’ della tua storia che gentilmente hai condiviso con tutti noi. Un caro abbraccio con la speranza di leggerti ancora quanto prima.
    Pierantonio Pierini

    Piace a 1 persona

  3. Sabato 22 luglio ore 5 e qualcosa. Come da un po’ di tempo a questa parte mi sveglio prestissimo e accendo il pc per approfondire qualche input ricevuto dalla vita!
    Dopo averti visto, ieri sera, al Mirano Summer Festival mi hai incuriosito ( un vero intrattenitore di razza: leggerezza,senso della misura, intelligenza al servizio del proprio lavoro) e mi faccio un giro nel Tuo sito.
    In particolare mi preme capire la faccenda della bici e scopro che sei una bellissima persona.
    Grazie per avermi fatto decidere ( è da un po’ che ero in ricalcolo come un Navigatore Satellitare) su come voglio proseguire la mia vita(per quel che mi resterà)!
    Continua così che vai alla grande

    Ciao ( Mauro Venessiàn)

    "Mi piace"

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