A bocce ferme. Anzi, a pedali fermi.

Due settimane che sono tornato a respirare questa bella aria umida della pianura padana.
Due settimane passate a raccontare il mio viaggio a chiunque mi passasse vicino, a tanti amici ma non ancora a tutti coloro ai quali avrei voluto.
Due settimane passate alternando giornate di riposo, compresi almeno un paio di pomeriggi sdraiato sul divano a guardare il soffitto e ad ascoltare le cicale (non quelle di Heater Parisi, ma le migliaia che vivono sugli alberi attorno casa mia), a giornate così piene e così in macchina che “ma perché?!?”
Due settimane in cui ho ripreso a, vedi tu quale potrebbe essere la risposta migliore, 1) sparare cazzate sul palco; 2) difendere l’allegria; 3) fare il mio mestiere.
Due settimane a guardare con una felice nostalgia tutte le foto e alcune riprese del mio viaggio Himalayano, talvolta con la gioia e la consapevolezza di aver portato a termine una lunga maratona, talvolta con lo stato d’animo degli attori della vecchia pubblicità di Costa Crociere (quella in cui tornavano imparanoiati, per chi non se la ricordasse).

Tirare le somme. Così si chiama questa roba qua.

Pensare a ciò che è stato, a ciò che rimane, a ciò che si sarebbe potuto fare meglio, a ciò che è stato fatto in modo esemplare, a ciò che non era stato pensato e che poi è successo e all’esatto contrario, ovvero a ciò che è successo e che non avevo assolutamente previsto.

È figo tirare le somme: mi è sempre piaciuto.

Quando decisi di buttarmi in questa lunga avventura era Dicembre 2016.

Avevo preso una decisione secca: finisco l’anno e porto a termine tutti gli impegni che ho preso e dal 1 Gennaio anno nuovo, vita nuova.

Ho letto da qualche parte che “ci vogliono 21 giorni per creare un’abitudine e 90 giorni per creare uno stile di vita”.

Di sicuro c’è del vero in questa affermazione. Se penso soprattutto ai primi 21 giorni.

Nebbia, freddo, un progetto che era ancora più fumoso di un coffee shop olandese, richieste di lavoro che rifiutavo o che passavo, lavori già presi che portavo a termine solo dopo essermi organizzato per riuscire ad allenarmi il giorno dopo, un trasloco da fare.

Insomma, niente di così tragico e niente di così (s)travolgente, ma, soprattutto nei primi 2 mesi (quindi, a dirla tutta, ben oltre ai 21 giorni famosi), ero quasi preoccupante per quanto fossi diventato “rigido” nel seguire uno stile di vita totalmente diverso da ciò che avevo fatto nei 38 anni precedenti.
Un secchione.
Niente birrette, a letto presto e sveglia presto, colazione diventata un rito, serate in giro per l’Italia ma sempre con la bici dietro o, alle brutte, con le scarpette per andare a correre.
3 giorni a Londra a Gennaio e al mattino serie di esercizi a corpo libero e addominali in camera, prima di andare a passeggiare per Camden Town.
Il viaggio in India a marzo, programmato da tempo, ed allenamenti tra un viaggio (apocalittico) in treno e l’altro, noleggio di bicicletta per “fare la sgambata”.

“Paolo vieni al concerto?” – “Ehm…aspetta che guardo come sono messo. (Mmm…cazz…se vado via domani non riesco ad allenarmi, dopodomani ho una riunione e mi tocca saltare 2 giorni…)…eh guarda, mi spiace ma non riesco mica”.

A questi livelli qua.

Ma se qualcuno mi dovesse chiedere, adesso, così a bocc…ehm…pedali fermi, se c’è qualcosa di cui mi sono pentito, la risposta è una sola: niente.

Volevo fare la mia “impresa” e volevo farla bene. Mi ero prefissato di voler vivere il più similmente possibile ad un atleta, per capire cosa si prova, per capire come si articola una “settimana tipo”, per capire come si vive diversamente da come avevo sempre fatto.

Per capire.

Mi sono fatto delle domande ed ho voluto cercare le risposte, senza prendere per oro colato ciò che mi viene detto o ciò che posso leggere qua e là.

Adesso so. Adesso è un argomento sul quale posso esprimere dei miei giudizi. Adesso ho le basi per parlarne.

Così come la questione legata all’alta quota.

C’è dell’immenso terrorismo psicologico riguardo la risposta del fisico all’alta quota.

Non voglio assolutamente rinnegare ciò che la chimica e la fisica dicono: l’aria è più rarefatta ed è vero; il corpo consuma ossigeno in maniera differente ed è vero; sotto sforzo si raggiunge la soglia di fatica più velocemente ed è vero.

È però vero allo stesso tempo che la maggior parte dei sintomi da mal di montagna sono dovuti, secondo la mia personale esperienza, alla testa, inteso non come contenitore di cervello, ma come forza del pensiero.

La prima giornata a Leh, a 3500m di quota, l’ho passata in totale tranquillità. Appena arrivato in hotel, con la camera al 4° piano, ho fatto le scale spavaldo come nulla fosse, salvo poi ritrovarmi, dopo appena 2 rampe, col fiatone.
Bene: siamo in quota, ho pensato, gli sforzi devono essere fatti in maniera intelligente. La prima notte ho dormito quasi di filato, tranne un piccolo momento in cui mi sono svegliato quasi in apnea e ho dovuto tirare fiato meglio. Questi sono i sintomi che la chimica e la fisica danno. Il resto lo deve fare la testa: no panic! Bere tanta acqua per restare idratati (manco fosse Studio Aperto), possibilmente evitare di appesantirsi e di ubriacarsi, giusto per restare lucidi con la mente, e vivere a 3500m è come vivere in pianura.
Basta abituarsi a dinamiche nuove: fare tutto ad un ritmo più blando, tanto il corpo, che è una macchina perfetta, lentamente si adegua all’ambiente. Mai sentito parlare di Darwin?
Il bello è che la maggior parte delle persone che mi “terrorizzavano” con questa storia del “in alta quota si sta di merda, non si respira, hai mal di testa, mal di stomaco” e altri sintomi vari, non ha MAI avuto esperienze in alta quota!
È tutto un “sentito dire”, tutto un leggere esperienze di altri: è la traduzione del “un amico di un mio amico” o di “mio cuggggino”.
Io resterò sempre dell’idea che le esperienze vanno provate: troppe volte si pensa che qualche trasmissione alla TV o qualche pagina di internet siano l’Università della Verità, ma in realtà credo solo che se uno non ha provato determinate cose non le può conoscere, quindi sarebbe bene tacesse.

Mi è sempre piaciuta molto quella storiella che ha girato per un certo periodo su Facebook e della quale si trovano tante altre tracce sul web: c’è chi la spaccia per bufala e chi invece è andato a cercare articoli che riportano ad una fonte precisa, sebbene io non abbia realmente approfondito l’attendibilità.
Vera o non vera che sia, è il significato della storia ciò che conta.
Si tratta di un esperimento attribuito a tal Dott.Stephenson nel quale vengono utilizzate 10 scimmie, una gabbia e delle banane.

Questo filmato su YouTube lo spiega in modo veloce ed esaustivo (lasciando perdere la “polemica” negli ultimi secondi del video), oppure è riportato in questo link qua https://www.dionidream.com/the-banana-experiment/

Ripeto: che sia stato un esperimento reale o meno, poco importa. L’importante è il senso: ed è un senso che condivido pienamente.

Io mi sono reso conto di cosa voglia dire “essere determinati per raggiungere uno scopo”: ho fatto la mia esperienza.
Ora mi sento di poter comprendere, forse anche solo in parte, cosa possa provare un atleta che si prepara per affrontare una gara. So quali sono le difficoltà. So cosa vuol dire svegliarsi al mattino ed avere voglia di prendere anche una vagonata di calci nei coglioni piuttosto di uscire ad allenarsi. So cosa significa rinunciare a far festa con gli amici, bersi una bella bottiglia di vino, fare tardi e svegliarsi rincoglioniti ma felici, solo perché il giorno dopo, qualsiasi sia il meteo, c’è la tabella che dice “4 ore con ripetute in soglia”.

E so anche cosa vuol dire trovarsi in gara, non averne più, maledire qualsiasi cosa, aver voglia di piangere dalla fatica, ma tirar fuori tutto quel che sono stati i mesi di preparazione solo per arrivare alla fine.
Solo ora riesco a capire perché delle volte degli atleti tagliano il traguardo in decima, ventesima o tantoesima posizione ed esultano: perché l’obiettivo era di finire la gara. L’obiettivo era di ripagare gli sforzi fatti mesi prima con lo scopo di tagliare il traguardo e basta.

Perché le grandi vittorie si fanno per se stessi.

La mia grande vittoria non è stata assolutamente il 4° posto ottenuto, sebbene di tutto riguardo: dopotutto eravamo 15 in totale, tra cui 4 donne e alcuni ragazzi che, obiettivamente, non erano estremamente preparati.

La mia grande vittoria è stata quella di finire la gara, è stata quella di finire tutte le tappe con tempi anche tutto sommato discreti e sentirmi in grado di salire nuovamente in sella il giorno dopo: è stato fare tutto ciò che era nelle mie possibilità.
Quando vedevo quelli più forti di me staccarmi in salita (e darmi 100 metri di distacco in 10 metri) non facevo altro che mantenere la mia cadenza e la mia pedalata, perché sapevo qual era il mio limite.

Dopotutto 20 anni di investimento in bagordi, birre, feste e fancazzismo non è che si possono cancellare con 6 mesi di allenamento, seppur alla mia “tenera” età.

Ma non è mai troppo tardi per fare qualcosa: tutto è possibile.

Ovviamente non mi sarei mai messo in testa di poter battere dei ragazzi di 15 anni più giovani di me che vanno in bici dal triplo degli anni che ci vado io.
Qui vale la stessa regola dell’alta quota: la chimica e la fisica non danno gran margine di discussione.
Tuttavia sono allo stesso tempo convinto che se adesso volessi continuare con tabelle di allenamento piuttosto serrate, nell’arco di un paio di anni, al netto di infortuni e/o infarti, potrei essere anche competitivo in qualche gara, perlomeno coi miei pari categoria.
Ma questa è un’altra storia: non mi interessa appendere medaglie al muro o mettere delle coppe sulle mensole, anche perché sarebbero una cosa in più da spolverare.

Mi interessava vedere fino a che punto potevo arrivare e adesso so a cosa posso ambire.

So che posso ambire a fare delle gare per divertirmi, a provare nuovi sport, a provare nuove strade, perché il metodo e l’applicazione al metodo sono 2 cose che ho imparato, credo, bene.
La cosa ancor più bella è l’essere consapevole che questo metodo è applicabile a qualsiasi cosa nella vita: nello sport, nel lavoro, nel cercare di realizzare i propri sogni. In tutto.

Adesso lo so.

E il bello è che la mia testa lo sapeva di sicuro anche prima, ma mi facevo travolgere da tutto ciò che quotidianamente ci travolge e che ci tiene la mente impegnata in una quantità di cose futili che, appena te ne rendi conto, non puoi far altro che dirti “ma quanto tempo ho sprecato fino ad oggi?”.

Ma tanto l’ho già detto poche righe fa: non è mai troppo tardi per fare qualcosa. Non è mai troppo tardi per imparare cose nuove.

Non è mai troppo tardi!

Shakti to Warila 06-Jul-17 11-30-12 AM

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