5ee1d154-127e-4eef-9a00-575a03d12056Un giorno mi hanno detto che esiste una sfumatura psicologica per definire chi sceglie la bici (o la corsa): persone che cercano di fuggire da qualcosa. Probabilmente da se stessi.
Può essere, non voglio dire che sia vero ma nemmeno che non lo sia.
Quello che so è che ogni mezzo che si trova per crescere lo considero utile.
A me la bici sta aiutando molto in questo: crescere.
Ovviamente è un insieme di tante cose, ma la bici è stata ed è tuttora un mio piccolo rifugio, quel micro mondo che mi aiuta a pensare, a prendere decisioni, a capire.

Se poi ci aggiungo quell’inspiegabile e magica atmosfera che si respira pedalando per le strade del Laos, ecco che, dopo 2 settimane, mi ritrovo a casa, pensando con un bel sorriso stampato sotto ai miei baffoni su che cosa, nuovamente, il passare del tempo sui pedali mi abbia insegnato.

Fermi tutti: l’ho già scritto e lo riscrivo. È ovviamente un insieme di tante cose, tuttavia la bici è il mezzo che sto utilizzando per “vedere”.

Così come per vedere un film si usa un proiettore, per tagliare si usa la forbice, per far da mangiare si usa una pentola, io per capire determinate cose, ad oggi, uso la bici. O forse la bici usa me. Ma chissenefrega di chi usa chi: la bici mi fa stare bene ed è questo ciò che più conta.

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Il Laos, in 712km di pedalata, mi ha fatto vedere a quante cose “non utili” (diverso dal dire “inutili”) corro, o ho corso, dietro.

Mi ha fatto capire come l’essere umano è pressoché identico in ogni angolo del mondo.

Le zone a nord del Laos non sono ancora intaccate dal turismo: nei primi 5 giorni, in quasi 400km, abbiamo incontrato non più di 20 turisti. Le strutture molto basiche in cui abbiamo alloggiato erano l’esempio anche di tutto ciò.

Arrivati a Luang Prabang, la vecchia capitale del Paese, anima di una vecchia tradizione buddhista con decine di monasteri e centinaia di monaci, ora in buona parte più attrazioni turistiche che veri esempi spirituali, ci ha infatti consegnato un’altra realtà.

img_e8344Che è stata nuovamente ribaltata quando, nei giorni successivi, siamo tornati sulle montagne in villaggi sperduti, raggiungibili con l’unica strada che abbiamo percorso, perlopiù asfaltata, piena di buche e, nei punti in cui la natura si è ripresa il suo spazio facendo franare lunghi tratti, ferma ed immobile in attesa che qualcuno si prenda la briga di rimetterla a posto.
Che tanto non c’è tutta sta fretta di correre da un villaggio all’altro.

Non posso fare questa cosa oggi? La farò domani.

Il tempo. La preziosità del tempo.

Il modo di essere accolti nelle montagne o nelle città: se la base del laotiano è quella di una persona altamente cordiale ed ospitale, la differenza la si nota in modo enorme.

Una birra bevuta con un olandese che vive in Laos da 10 anni è stata una lezione bellissima di usi e costumi locali.

Alla domanda “come sono i laotiani?” è iniziata una chiacchierata bellissima.

“Una delle cose che più mi mandava in bestia le prime volte, era capire chi gli era realmente simpatico o no! Loro sono gentili con tutti, a prescindere. Ma pensavo ‘qualcuno deve essergli più simpatico di un altro!!!’ e l’ho capito vedendoli e vivendoli giorno dopo giorno. Alle persone che gli vanno a genio consentono anche un contatto fisico, seppur limitato perché le cose che fate voi italiani, baci e abbracci, qui non si possono proprio vedere. Ma ti stringono la mano, ti accarezzano un braccio, ti legano un braccialetto di cotone al polso…”

Si ma come vive la gente?

“Basta che vai dall’altra parte del fiume (eravamo a Luang Prabang e il Mekong funge da barriera naturale tra la città e la campagna) per rivedere di nuovo il ‘vecchio’ laotiano, quello puro, semplice e, apparentemente, senza nulla. Qui, pur restando nella loro semplicità, è arrivato il turismo e con quello i tipici ‘difetti’ di noi occidentali: l’importanza di apparire, di possedere oggetti. Adesso qui in città è impensabile non avere un telefono, non presentarsi in maniera adeguata. Quelli che stanno riuscendo a fare qualche soldo ostentano in modo esagerato con macchinoni ed abitazioni vistose. Restano sempre i docili e carini laotiani, ma di certo non sono quelli che ti corrono dietro per 100 metri se ti vedono passare con una bicicletta o che ti salutano per primi se ti incrociano per strada.”

Stessa cosa vista e vissuta nelle altre “grosse” città (grosse per modo di dire) che abbiamo visitato: Vang Vieng e Vientiane.
Restano città col tipico fascino orientale e la cordialità si respira ugualmente, anche tra chi ti propone un’escursione di rafting, un massaggio o un souvenir, ma c’è un approccio differente.

Sono arrivati i soldi e coi soldi ti puoi comprare le cose. E se hai cose ti puoi pure “comprare” le persone, perché quelli che non hanno niente poi hanno voglia di avere qualcosa e pur di avere quel qualcosa si svendono.

Uguali pari pari a noi.

Che non voglio mica denigrare chi vede la propria crescita nel potersi permettere una casa più grande o una macchina lussuosa.

Semplicemente ha fatto pensare ME: cosa piace a ME, cosa interessa a ME.

E il Laos mi ha fatto capire, tramite la semplicità di chi vive, apparentemente, con niente che è proprio quel “niente” che va principalmente coltivato.

Perché quel “niente” è semplicemente il vivere.

Il tutto veniva amplificato dalla reazione che ognuno del nostro gruppo, me compreso, aveva quando ci imbattevamo nei villaggetti sperduti in montagna: capanne di legno e foglie di palma o banano intrecciate, con un’unica grande stanza, senza pavimento, pochi vestiti e qualche coperta.
Il primo impatto è ovviamente quello di pensare che “questi non hanno niente”.

Eppure i bambini sorridevano e giocavano, si divertivano con quel che c’era.

Con questo non voglio dire che la vita quasi primitiva sia meglio, anzi. Ma forse inconsciamente siamo portati a credere che il meglio sia solo il nostro modello, fatto di case piene di cose, di vestiti, di oggetti di qualsiasi tipo che, se ti fermi un attimo a pensare, non sono altro che robe da spostare quando hai un trasloco e da spolverare di continuo. Un mucchio di cose non utili.
E il passare semplicemente del tempo a giocare con un bastone si pensa sia sinonimo di povertà.
Concetto valido se come povertà si considera solo il fatto di essere proprietari di cose.

La nostra guida locale, Chitt, è stato un altro enorme insegnamento. Si presenta come lo stereotipo dell’asiatico medio: piccolo, magro, capelli nerissimi che coprono il viso scavato e la tipica fisionomia di quei personaggi che il cinema hollywoodiano ha voluto imporci come il “cattivo vietcong”.

Che, apro e chiudo parentesi: dopo aver fatto Vietnam, Cambogia e Laos mi chiedo veramente, avendo vissuto a contatto con queste persone seppur per brevi periodi, come abbiano fatto ad essere così disumani nel periodo della guerra degli anni 70…mah! 

Dicevo.

Chitt è stata la miglior guida che uno si possa augurare. Non perdo tempo nel tessere lodi nei suoi confronti, è stato semplicemente fantastico.

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Chitt con la moglie e il figlio maggiore

Con la ciliegina.

Ho avuto l’enorme privilegio di esibirmi in 2 scuole disperse tra i vari villaggi del nord che abbiamo passato. I bambini sono uguali in tutto il mondo. Davanti ad una semplicissima comicità ed ironia totalmente muta e basata su cose basilari, tutti gli esseri umani ridono: facce buffe, inciampate, finte cadute, finti fallimenti e due note musicali sono gli ingredienti base per far star bene chiunque.

img_8290Chitt mi ha ringraziato mille volte, fino a propormi la cosa che più mi ha riempito di orgoglio: lui vive appena fuori Luang Prabang e, in quella città, era previsto un giorno di sosta per riposarci dopo i primi 400km.

La cena sarebbe stata libera ed ognuno si sarebbe dovuto, teoricamente, arrangiare. Cosa tra l’altro manco difficile in un luogo come Luang Prabang, dove di ristoranti o locali se ne trovano a decine.

Col suo inglese e il tipico accento asiatico che tanto mi fa ridere, mi ha detto “Paolo avrei piacere che ti esibissi davanti ai miei familiari e ai miei vicini di casa. Se vi invito tutti a cena faresti lo spettacolo per noi?”

Mi ha fatto venire i lucciconi. La sua richiesta è stata il cachet più bello e prezioso che abbia mai ricevuto.

Siamo così andati a casa di Chitt, un laotiano che, lavorando nel turismo, ha un tenore di vita più che buono rispetto alla media dei suoi connazionali.

Siamo stati accolti dalla sua famiglia e dai suoi vicini di casa, che in Laos, a differenza dei vaffanculo che spesso ci si scambia da noi tra vicini, sono considerati quasi parte integrante della famiglia stessa.

Al centro del salone una sorta di altarino con fiori, vari fili di cotone impilati su lunghi spilloni, cibo sparso in diversi piatti ed una candela accesa.

“Questo è il rituale di buon auspicio che facciamo per le persone alle quali vogliamo augurare del bene”

Ci ha fatto sedere a terra e, guidati dall’anziano del gruppo, è iniziato un rituale che, solo a ripensarci, mi viene la pelle d’oca.

Al termine ognuno di loro ci ha cinto il polso con un braccialetto fatto con quei fili di cotone ed ognuno di noi ha assaggiato qualcosa tra i vari cibi sparsi perché in quel momento erano state allontanati gli spiriti negativi e dovevamo alimentare gli spiriti positivi.
Un rituale ancestrale che ancora viene usato. Che è molto toccante a prescindere, che ci si voglia credere o no. Anche giusto per la motivazione.

Un grande insegnamento di accoglienza e ospitalità: noi 12 sconosciuti accolti a casa da altrettanti sconosciuti ma con tutto il cuore possibile.

Poi il mio show a casa loro. E ancora i sorrisi e la semplicità che sono stati l’ingrediente fondamentale.

Ed io che mi sono scervellato anni per creare il pezzo originale da 3 minuti da proporre alle trasmissioni per poi ritrovarmi quasi sempre a dover fare cose che non mi piacevano e che facevo solo per una convenienza e per apparire in TV, sentendomi talvolta frustrato per non essere riuscito a fare ciò che volevo. Pensa te.

Vedi cos’è la bicicletta? Vedi cos’è il Laos? Capire anche queste cose.

Non rinnegare minimamente nemmeno un minuto della mia vita.

Ma capire che tante volte il “niente” è davvero tutto.

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